Alcuni giorni fa e' mancato ai suoi cari Alberto Cappi, poeta e critico mantovano. Quando ci lascia un poeta, il mondo e' un posto piu' triste. Ecco una sua poesia, per ricordarlo in silenzio:
PUNTI
ti ho consegnato il miele
la chiave
che il lampo scrive
cieco nella notte
come sarà il mio canto
in riva alla bufera
questo che era
uccello
che ora il vento spoglia
ala ad ala
foglia a foglia?
miei avi
il mio sigillo si è spezzato
e versa il fiele
il mio nord
di radiazioni lunari
il mio sud
di cancri e stermini
il mio est
di uomini e mari
il mio ovest
di sogno e
io sono natura
dal corpo di terra
di angeli e d’ali
avvolto nel mio grido di febbraio
nel grigio saio della sera
e tolto al nido
della maschera che era
cadente brivido di stella
ah quel muschio
radente rischio di preghiera!
proteggi la mia parola
come luce accesa
nella mano
proteggi la tua parola
in alleanza
al dono
proteggi il vano
segno
della resa
proteggi il dove
il come
il canto dell’attesa
a 16enne Brooke (S) assieme alla sorella 13enne Carly (D)
Un’infanzia che non conosce fine.
Sul tuo corpo tace un segreto,
la favola che Sherazade non ha cantato mai.
Vivi alla deriva del mondo.
Piangi quando ti senti sola. Ridi quando sei felice.
Non parli.
Gorgheggi come un pettirosso.
Sei morta quattordici volte
e ogni volta sei tornata alla vita.
Cella di minimi pensieri
corpo che non vuole crescere.
Anche oggi vivrai senza fatica:
Toccherai l’erba dei prati,
getterai piccoli sassi nei cerchi dell’acqua.
Ma a chi chiedere della luce sul mare,
Foto: Sonia de Spa, dal sito Fire & Grace di Maria Cecilia Camozzi
Torniamo sempre alle città dei vivi
lasciando dietro le porte sprangate,
e avanzi di cibo, le persiane aperte nel vento.
Torniamo di notte,
come le piccole luci dei presepi,
quando i cortili si riempiono di buio
e sentiamo nell’aria il polso inalterato
immuni alla nostalgia dei nomi,
al disordine lasciato nei letti dell’amore.
Torniamo soli,
come agnelli trascinati dentro ai fiumi
e cerchiamo la sosta sotto le grondaie
la fine della pioggia, l’odore dell’infanzia.
Di notte i corpi non fanno rumore.
I passi cadono come pezzi di pane nel latte.
E torniamo con le ossa stanche, il cuore azzurro.
Quel che resta
è il cielo chiarissimo delle stagioni fredde.
Sono gli oggetti di rame,
la gioia dei piccoli gesti di ogni giorno.
Quel che resta
sono i mobili di noce che durano nel tempo,
le rughe profonde dell’acqua.
Torniamo nell’ora buona e splendida
ad aspettare alzati
l’impronta del sole sul muschio,
il gioco bianco del mattino
sulle lenzuola stese ai balconi.
Torniamo a cercare
le stanze di luce sulle rive del mare,
la tregua nel sonno tranquillo dei figli.
Lontano dal peso notturno dei sogni,
lungo il viale di magnolie che ci riporta a casa.

Il titolo dell’appuntamento con Daniela Raimondi e Luisella Pisottu è: D’amore, di vita, di morte, d’emozioni.
Reading di poesie alle Messaggerie Sarde
Verranno proposti, con una formula sperimentale, testi di Daniela Raimondi e Luisella Pisottu. Alle autrici, quale introduzione alla lettura dei testi, riuniti in serie tematiche, è stato chiesto di scrivere una serie di brani che, attraverso citazioni e pensieri a ruota libera, avessero la funzione di condurre l'ascoltatore al tema di volta in volta proposto. I temi scelti dalla Raimondi sono quelli della morte e della rinascita, la Pisottu proporrà i temi della poesia sociale, dell’amore, dell’anima, della natura. Le voci, tutte femminili, cui è affidata la lettura dei brani introduttivi alla lettura dei testi, sono quelle di Antonella Rattu, Lella Pintus, Marianna Spanu ed Anna Porcu, tutte esponenti dell’Associazione organizzatrice.
Daniela Raimondi è una poetessa assai nota in ambito nazionale ed una delle voci più significative della cosiddetta “poesia narrativa”. Mantovana di nascita, vive da tempo a Londra. Fra i suoi testi ricordiamo “Ellissi”, “Inanna”, “Mitologie Private”, “Entierro”.
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Luisella Pisottu è uno dei nomi più interessanti della poesia sassarese. E’ recente la pubblicazione
Altri ingredienti della serata saranno giochi di luce e brani musicali. Conduce Gianfranco Chironi, presidente di Verba Manent.
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Il presente articolo è tratto dal sito web Alguer.it:
http://notizie.alguer.it/n?id=24967

Fotografia: Maria Cecilia Camozzi
La veglia silenziosa,
il tumulto del sangue.
La notte è esilio dal mondo
il muoversi delle ore
nell’increspo elettrico del cielo.
Perché tremano i rami degli alberi
perché l’eterno si disfa fra le dita
perché l’assenza di Dio.
Ho mani ferme nell’ombra.
Migrazione a ritroso verso la rovina dei suoni,
nel buio di un cuore inaccessibile.
La notte, sai, non mi spaventa.
Mi bacia sulla fronte una morte quotidiana.
Senza
rumore
Il silenzio cade sulla terra
come un filo d’acqua.
*
C’è una scheggia di luce sulla scarpa rovesciata,
un vestito sciolto sulla poltrona.
Il ricongiungersi degli occhi al mattino.
I battiti del sangue sotto un guscio bianco.
La morte è così lontana adesso:
una straniera dalla lingua incomprensibile.
Non ho dita impazienti.
Ci sarà tempo per legarsi
a un respiro più disteso.
Tempo per accogliere fra le mani
la tua fronte chiara, la tua tenera nuca.
(Da: Inanna, Ed. Mobydick 2006)

Fotografia: Patrick Raimondi Taylor
“Alzo l’ultimo passo che depone in cima
dove non è più suolo, è aria…….
Màim, shamàim, acque, cieli…….
Siamo fatti di questo, d’acqua e aria come
le comete, ma senza ciclo di riapparizione
e questo è sufficiente per sollievo e congedo”
Erri De Luca da “Opera sull’acqua”
Sei andata lassù
per assaggiare l’aria,
principessa del Nepal.
Sei salita da sola,
vestita di vento.
Non avevi paura.
Eri la funambola di Férmine
e la cosa più difficile, tu lo sapevi,
era non tramutarsi in un fiocco di neve.
Sempre più su.
Aquila, nuvola, piuma.
Parete Ovest.
Si può scavalcare anche la morte.
Ti hanno trovata appesa a una roccia,
da chissà quante ore, da chissà quanti giorni.
“Water in the brain”
ha detto il vecchio alpinista
che ti ha riportato a valle.
Un uccello smarrito su un pendio di ghiaccio,
scivolato sul vetro del mondo,
sputato fuori dalla bocca sdentata dell’Everest.
Sei viva per miracolo,
Usha.
Accanto a te sono passati in tanti.
Nessuno ha rinunciato alla sua rotta,
alla sua vittoria.
Tranne un vecchio, che non doveva dimostrare
più nulla.
Ma tu prepara un altro zaino, occhi di luna.
Mettici dentro il fiato del giorno
e quello della notte, l’orma d’eterno
che hai incontrato sulla roccia, la scheggia di luce
che cammina all’imbrunire sui crepacci,
l’eco degli angeli nelle gole profonde.
E non parlare, non parlare mai,
del sapore
che ha lassù
l’aria.
Da un articolo sulla Stampa del Maggio ‘07
(poesia vincitrice della I edizione premio nazionale di Poesia Massa, Incanto a Primavera, 2009)
(Pubblicata da Maurizio Cucchi sullo Specchio/102 febbraio 2007)
Scapano le acciughe a capo basso
i pescatori
il sigaro in punta di labbra
Un bacio e una bestemmia
mentre cantano il guadagno del giorno
Scaricano saraghi e triglie
e capita che una stella marina
scivoli da una cassa,
resti a braccia aperte sull’asfalto
come un povero cristo d’oltremare
E il turista che scende dal traghetto
non sa che i morti, qui,
li piange prima il mare
e il vagito del neonato lo annuncia
il gabbiano metropolitano
dalla giungla delle bancarelle
o da un trampolino improvvisato
arriva l’urlo feroce e disperato della vita
Quello in jeans e maglietta lisa,
quello dei dormitori
o dei cortili dei quartieri orientali
Ma il vento dei Tre Ponti
s’alza sempre, prima o poi,
a cambiare la giornata del surfista
E il traffico acquoso dei fossi *
ha una sua forza segreta
quando è sera
e tu pedali senza fretta,
il mondo in tasca.
*fossi: canali
Di noi
adesso
e’ questo tempo largo
che sconfigge ogni passato
L’ombra del bosco di ontani
che dimezza la fatica del cammino
Tu sei la cura sottile
a ogni male che sale,
benda e bandiera
del giorno che corre
e presenta il suo conto
più caro
sera dopo sera.
E di noi è l’ora più densa
la coscienza del gesto
il fiato leggero di notti mai uguali
Di noi
d’inverno
è questo cielo bianco
che cavalca il mare
al quale io appendo
per gioco
piccoli oggetti di mercato rionale,
un quadro di pane,
un fiore di legno
e due parole scritte in fretta
la mattina presto
quando ancora
dormi.
Simonetta Barsotti nasce a Milano il 31.10.1958.
Vive a Volterra e dopo aver frequentato la Facoltà di Scienze Politiche a Siena si impiega presso il Comune di Volterra fino all’anno 1993, anno in cui cerca e ottiene il trasferimento al Comune di Livorno.
La prima pubblicazione di una sua poesia risale agli anni ’80 con il concorso– Una poesia per la pace – Premio Grinzane Cavour di Torino.
Riprende a scrivere, dopo un periodo di silenzio, nel 1994 a Livorno e da allora partecipa a numerosi concorsi letterari ricevendo premi e riconoscimenti.
Si occupa di promozione culturale.
E’ fondatrice dell’Associazione Interartistica “La Ruota delle Lune”, associazione che ha collaborato, con la Fondazione del Teatro Goldoni della Città di Livorno, alla realizzazione, per gli anni 2007 e 2008, di un percorso di musica e poesia all’interno del teatro Goldoni di Livorno. Tra gli invitati Alessandro Agostinelli e Luciano Jude Mezzetta, Roberto Veracini, Renzia D’Incà, Rosaria Lo Russo, Tiziana Rinaldi Castro…..
Nel 2008 ha partecipato, per la sezione poesia, all’organizzazione del Festival letterario-gastronomico “Mangiarsi le parole” che ha visto gli interventi di Davide Rondoni, Alessandro Fò e Renzia D’Incà, nello scenario del quartiere Venezia di Livorno.

Foto di Gwiggs (tratto dal blog Fire and Grace, Di Cecilia Camozzi)
Nella malattia e nel dolore quasi non siamo. Ogni luce si spegne, il corpo non esiste. E’ in silenzio che entriamo l’ombra. Senza rumore scendiamo sul fondo dell’acqua. Il corpo diventa irreale: solo schegge luminose di coscienza, piccoli frammenti d’oro scagliati nel buio.
Il malato avanza lungo il cammino della guarigione passo dopo passo, una briciola di luce dopo l’altra. La salute come la più terrena delle felicità. Terrena è la frescura della fronte dopo una febbre alta; terreni la bocca asciutta, il polso debole. Terreno il capezzale del malato, la silenziosa creatura che lo veglia.
Il seme della guarigione fermenta come in una terra invernale. Il corpo si solleva, gli occhi si schiudono di nuovo sul mondo. Diventiamo la notte, e con la notte, nasce in noi la nostalgia terribile per il nuovo giorno. Torna la forza di alzarci e seguire, ancora una volta, quella voce che ci rassicura e dice: vieni, cammina: la vita è ancora possibile.
perché mio figlio è Dio
e ha le mani in fiamme
(Stefano Massari)
1. Lamento
No no no!
non era di lei quella cosa –
il silenzio
e quel peso, quel peso di carne steso sul marmo.
Non del suo corpo
quel guscio di cellule morte,
il buio
nero nero
fermo più dell’inferno dentro le sue narici.
Non più suo, non di lei,
che voleva il suo corpo,
la voce, il respiro.
Oh piccola ebrea svestita!
Madre di Auschwitz
che cerchi il suo cuore
fra la polvere degli inceneritori.
Non era tua quella cosa.
Non più tuo il bambino di cera
seccato sulle ginocchia
il cristo di fango,
quel fragore di cielo
che colpiva e colpiva il tuo ventre.
ii. Preghiera della notte
Figlio santo santo santo,
più santo del dio dell’universo.
Culla
parto
ninna-nanna.
Figlio amato nell’arca del sangue,
nel grido purissimo
che ti apriva al mondo.
Il nervo fra i denti.
Le vene del collo.
Le mani secche,
le mie mani vuote …
Io mi ribello.
Lo cerco, gli occhi persi nel cielo
e disobbedisco a dio.
Perché tu il solo dio.
Tu il solo ordine,
la mia terraprimavera.
Scavo in ginocchio,
con le unghie scavo
fino a trovare i tuoi occhi.
E ti rubo alla morte,
ti trascino verso la casa dei risorti.
Avvolgo la tua carne nel lino
e attendo la tua resurrezione.
Qui. Al tuo fianco.
Mi siedo composta
e attendo.
Parlami.
Apri i tuoi occhi e parlami.
Parlami
ché solo così sopravvivo.
Vivimi nella parola.
Dammi fiato. Dammi nomi e suoni
in una lingua che non conosce morte.
Parlami con una furia felice di vena,
nel canto di un rinnovato parto.
Alzati e parlami
con la voce dei vivi.
iii. Preghiera dell’alba
E tu sei.
Tu sei, semplicemente.
Prego.
Ti nomino e ti battezzo.
Ti dono il latte dei miei seni vecchi.
Ti nutro col pane e con l’acqua,
col cibo santo che viene dal campo e dal fiume.
E riverso nella tua bocca
tutto il senso del tempo, il mistero
la mia saliva ed il pianto.
Io ti nomino. Ti nomino e ti battezzo
Nel nome del padre
Nel nome della madre
Nel nome di tutto l’amore che è stato.
Nel nome di tutto l’amore.

Foto: Patrick Raimondi-Taylor
La notte è la perdita. Il cielo è scuro, le porte tutte chiuse.
La pagina che scrivo è per colmare il buio, il nero-nero che porta solo morte. La pagina che scrivo è il sasso nel burrone: ultimo frammento del respiro, il sibilo che ha perso ogni paura
e cade.
Eco che non conosce fine. Tregua. Un lembo di memoria.
La morte è solitudine. Un incidibile silenzio. E allora parlo, e faccio poesia.
La vanità del corpo è il solo legame che ci unisce al mondo. La morte inizia da questa verità. Viviamo nell'attesa della nostra morte. Fin dal concepimento, fin dal principio delle nostre cellule. La nostra morte ha inizio dal scindere preciso del zigote, dal fremito del nostro primo sangue. La vita è un sogno. E sogno è tutto quello che racchiude la bellezza, la più piccola gioia, il firmamento.
La morte è solitudine. Un indicibile silenzio. E allora scrivo.
Scrivo della sola certezza che vive dentro questo sogno. Perché ogni notte è unica, come unica sarà la nostra morte: la prima, vera morte: senza uguali, sola e irripetibile. Fino ad allora, la morte sarà solo pensiero. La morte sarà vento. Un vento incerto che avrà il profumo delle viole e le forme di una donna. Fianchi che tremano, una luce che sfugge il suo respiro e ci confonde gli occhi.

Tre video di Francesca mentre canta a tre concerti della sua scuola.
http://www.youtube.com/watch?v=g6Qb-miFlyQ
http://www.youtube.com/watch?v=uFhoWY5VL
http://www.youtube.com/watch?v=s6CiBHGDBEM